
Ci sono viaggi che non si limitano a mostrarti luoghi nuovi, ma che ti obbligano a cambiare passo, a rallentare, a mettere in discussione il tuo modo di viaggiare. Il mio viaggio di 20 giorni in Ciad, realizzato insieme a Kanaga Africa Tours, è stato esattamente questo: un’immersione totale in uno dei Paesi più autentici e meno raccontati dell’Africa.
L’ho vissuto a fine settembre e inizio ottobre, in uno dei periodi più caldi dell’anno. Il caldo è stato costante, spesso estremo, ma anche parte integrante dell’esperienza: la stessa temperatura che scandisce la vita dei nomadi, che modella il deserto e che rende l’Ennedi ciò che è.
Il viaggio si è sviluppato tra due mondi solo apparentemente lontani: la savana del Gerewol, dove la bellezza diventa rito sociale, e il Sahara dell’Ennedi, fatto di canyon, guelte e laghi fossili. Dopo i primi giorni ho percorso l’itinerario in ordine inverso rispetto al programma classico, adattando il viaggio alle condizioni e ai ritmi del terreno.
Questo è il racconto, giorno per giorno, così come l’ho vissuto.
Contenuti del post
Giorno 1 – Arrivo a N’Djamena, primo impatto con il Ciad
Sono arrivato a N’Djamena dopo un lungo volo intercontinentale. Appena uscito dall’aeroporto sono stato investito da un’aria calda e pesante, insieme a un brusio continuo di voci, clacson e motori. Il Ciad non concede un atterraggio morbido: ti accoglie subito per quello che è.
Dopo l’incontro con lo staff di Kanaga Africa Tours mi sono trasferito all’Hotel Irrisor, una delle strutture più confortevoli di N’Djamena. L’hotel offre camere spaziose, aria condizionata efficace, Wi-Fi stabile e un’atmosfera tranquilla che lo rende una buona base prima di partire per l’interno del Paese. All’interno della struttura sono presenti due ristoranti: uno principale con cucina internazionale e piatti semplici ma curati, e un secondo spazio più informale, spesso utilizzato la sera, dove è possibile cenare all’aperto.
Giorno 2 – Da N’Djamena alla savana di Dourbali (con imprevisti)
Dopo la colazione ho lasciato la capitale in direzione sud, verso Dourbali. I primi chilometri sono scivolati via senza difficoltà, ma ben presto la pista ha iniziato a raccontare un’altra storia: le ultime piogge della stagione avevano lasciato pozze profonde e tratti fangosi.
A un certo punto una delle auto si è impantanata, costringendoci a fermarci. Pale, assi, spinte sotto il sole e pazienza: situazioni che in Ciad fanno parte del viaggio. Il tempo si è dilatato, le ore sono scivolate via lente, e abbiamo ripreso la marcia solo nel tardo pomeriggio.
Quando siamo finalmente arrivati all’accampamento dei Bororo era ormai buio. Le sagome delle tende si intuivano appena, illuminate dai fuochi e da qualche torcia. Le mandrie di zebù riposavano poco distanti e la vita dei Wodaabe continuava nel silenzio della notte, indifferente ai nostri piccoli imprevisti. La stanchezza si è dissolta quasi subito: eravamo arrivati, anche questa volta, seguendo il ritmo imprevedibile della pista.




Giorni 3–4 – Il Gerewol: quando la bellezza diventa rito, anche sotto la tempesta
Ho trascorso due giornate intere immerso nel Gerewol, uno degli eventi culturali più intensi e coinvolgenti che abbia mai vissuto.
Durante il giorno ho seguito la vita dell’accampamento Bororo: le donne che preparavano il burro e il latte fermentato, intrecciavano le stuoie e decoravano oggetti d’uso quotidiano; gli uomini che si occupavano delle mandrie; i bambini che giocavano nella sabbia, incuranti del caldo. Le ore scorrevano lente, scandite dai gesti ripetuti di una cultura profondamente legata alla transumanza.
Nel tardo pomeriggio, con il calar della sera, il Gerewol entrava nel vivo. I giovani Wodaabe iniziavano la lunga preparazione: il trucco con ocra e carbone, le piume fissate con cura, i monili sistemati uno a uno. Poi prendeva forma la danza Yakee. Gli uomini si disponevano in fila, cantando e muovendo le spalle in modo ipnotico, spalancando gli occhi e mostrando i denti bianchissimi, simbolo di bellezza e vigore.









L’ultima notte prima di ripartire verso la capitale, proprio mentre la danza era in corso, il cielo ha cambiato improvvisamente aspetto. Nuvole scure si sono addensate all’orizzonte, il vento ha iniziato a sollevare la sabbia e in pochi minuti una tempesta di sabbia ha avvolto l’accampamento. La pioggia ha minacciato il campo senza colpirlo davvero, sfiorandoci soltanto, mentre lampi continui illuminavano il cielo, rendendo la scena quasi irreale.
Per circa un’ora, al calar della notte, tutto è stato sospeso in una luce ocra e vibrante. Eppure, nonostante il vento e la sabbia, i Wodaabe non hanno smesso di ballare. La danza è continuata, ostinata e potente, come se il rito fosse più forte della tempesta stessa. Gli uomini hanno mantenuto il ritmo, le voci non si sono fermate, e il Gerewol ha dimostrato tutta la sua forza simbolica.
Quando la tempesta si è allontanata, il cielo si è aperto e l’aria si è fatta più respirabile. La sabbia si è posata lentamente e il Gerewol è proseguito, come se nulla fosse accaduto.






La mia esperienza del Gerewol su YouTube
Giorno 5 – Rientro a N’Djamena, giorno di passaggio
Dopo gli intensi giorni trascorsi al Gerewol abbiamo fatto ritorno a N’Djamena. Il viaggio di ritorno è stato l’occasione per visitare alcuni mercati locali nella zona di Dourbali, punti di incontro fondamentali per le comunità rurali. Tra banchi improvvisati e ombre precarie si vendeva di tutto: cereali, arachidi, verdure, utensili, tessuti colorati. Uomini e donne arrivavano dai villaggi vicini, spesso a piedi o in moto, trasformando il mercato in un luogo vivo, rumoroso e autentico.
È stato un momento prezioso per osservare la vita quotidiana lontano dalle grandi città, fatta di scambi semplici, relazioni dirette e gesti ripetuti da generazioni. Un ultimo sguardo alla savana abitata dai Bororo, prima di lasciare definitivamente questa regione e prepararci al passaggio verso il Ciad più arido e remoto.
Nel tardo pomeriggio siamo rientrati a N’Djamena e ho nuovamente pernottato all’Hotel Irrisor, una pausa confortevole dopo giorni di polvere, piste e docce improvvisate. Ritrovare una stanza silenziosa, l’aria condizionata e una cena seduta in uno dei ristoranti dell’hotel è stato un passaggio necessario prima di affrontare la parte più remota del viaggio.






Giorni 6–7 – N’Djamena → Moussoro: alle porte del Sahara
Lasciata N’Djamena, ho iniziato la lunga risalita verso nord-est. La strada attraversava il Bahr el Ghazal, antico emissario del Lago Ciad, oggi ridotto a una vasta pianura semi-arida. Il paesaggio cambiava lentamente: la vegetazione si faceva più rada, i villaggi più distanti tra loro, il traffico praticamente inesistente.
Lungo la pista ho incontrato allevatori con le loro mandrie, piccoli mercati improvvisati, pozzi d’acqua attorno ai quali si concentrava la vita. Qui convivono Kanouri, Peulh, Daza e Arabi, popolazioni che da secoli abitano questa zona di passaggio tra Africa nera e Sahara.
Raggiungere Moussoro ha segnato simbolicamente l’ingresso nel Ciad più remoto.




Giorni 8–9 – Moussoro → Erg Djourab → Faya
Da Moussoro mi sono spinto sempre più a nord, entrando nel dominio del deserto. Attraversare l’erg Djourab, con le sue dune barkane a forma di mezzaluna, è stato come muoversi in un paesaggio fuori dal tempo.
Qui, all’inizio degli anni Duemila, sono stati ritrovati i resti del Sahelanthropus tchadensis, uno dei più antichi ominidi conosciuti, chiamato Toumaï. Pensare che queste terre possano essere una delle culle dell’umanità aggiunge una profondità incredibile al silenzio del deserto.
Nel pomeriggio ho raggiunto l’oasi di Faya, un lungo nastro verde incastonato tra sabbia e roccia. Dopo giorni di pista, Faya è stata una pausa necessaria: rifornimenti, una doccia vera calda in un campement, qualche ora di riposo.





Giorni 10–11 – Faya → Laghi di Ounianga
La mattina ho visitato Faya Largeau, principale centro urbano del nord del Ciad e vero crocevia del Sahara. La città vive attorno alla sua oasi, un lungo nastro verde fatto di palmeti, orti e pozzi, che contrasta nettamente con l’aridità circostante. Faya è un luogo di passaggio fondamentale per carovane, commercianti e viaggiatori diretti verso l’Ennedi, il Tibesti o la Libia. Le sue strade polverose, i piccoli mercati e il movimento continuo di pickup e camion raccontano una quotidianità dura ma vitale, profondamente legata al deserto.






Dopo la visita e gli ultimi rifornimenti, siamo ripartiti in direzione nord-est, lasciandoci alle spalle l’oasi per entrare nuovamente nel silenzio del Sahara, diretti verso i laghi di Ounianga, patrimonio UNESCO.
La pista si è presto dissolta in un susseguirsi di dune morbide e altipiani rocciosi, un labirinto di sabbia color miele interrotto da massicci scuri e levigati dal vento. Il paesaggio era primordiale: cordoni di dune che si incastravano tra antichi rilievi, pianori di pietra chiara, improvvisi wadi asciutti e, qua e là, qualche ciuffo ostinato di vegetazione. Attraversare questo tratto significava guidare a vista, seguendo tracce appena percepibili, con l’orizzonte che sembrava sempre spostarsi un po’ più in là.
La prima notte l’abbiamo trascorsa accanto a un piccolo palmeto, un’isola verde incastonata tra sabbia e roccia. Poco distante, riparate sotto una parete di arenaria, si trovavano antiche pitture rupestri: figure stilizzate di animali e uomini che raccontano un Sahara un tempo più umido, attraversato da mandrie e comunità pastorali. Dormire lì, sotto un cielo colmo di stelle, dava la sensazione di essere solo un passaggio in una storia millenaria.






Dopo chilometri di piste sabbiose, gli specchi d’acqua sono apparsi come un miraggio.
Ho visitato Ounianga Sakher, luogo di sosta per carovane e nomadi, e poi Ounianga Kebir, il più impressionante: un lago enorme, dalle acque blu metallico, circondato da palmeti e da una muraglia di dune che sembrano tuffarsi direttamente nell’acqua. Qui il contrasto tra deserto e acqua è totale, quasi irreale. Doveroso un piacevole bagno rigenerante (per poco dato che l’aria secca asciuga tutto in una manciata di minuti).
Ho dormito alle porte del villaggio di Ounianga.








Giorni 12–13 – Ounianga → Mourdi → Teguedei
Dai laghi ho iniziato a scendere verso sud, attraversando la depressione di Mourdi, una vasta distesa battuta dal vento dell’harmattan. Le dune cambiano forma continuamente, modellate da correnti invisibili.
Ho raggiunto le saline di Demi e il villaggio di Teguedei, dove l’economia ruota attorno all’estrazione del “sale rosso” e alla raccolta dei datteri. Qui ho incontrato carovane di dromedari, lente e silenziose, che trasportano il sale verso i mercati del sud.






Giorni 14–15 – Mourdi → Fada → Bichigara
Proseguendo verso sud sono entrato nuovamente nel massiccio dell’Ennedi, come se stessi varcando la soglia di una cattedrale di pietra scolpita dal vento. Le formazioni rocciose diventavano sempre più monumentali: archi naturali sospesi nel vuoto, guglie affilate, torrioni isolati che emergono dalla sabbia come fortezze, canyon profondi dove l’ombra regala un sollievo improvviso. Ogni curva della pista apriva scenari nuovi, con giochi di luce che all’alba e al tramonto trasformano l’arenaria in una tavolozza di rossi, arancio e viola.
L’Ennedi non è solo spettacolo geologico: è un luogo vivo, attraversato da carovane, da pastori con le loro mandrie e da tracce umane che risalgono a migliaia di anni fa. In alcuni ouadi nascosti compaiono guelte d’acqua verde scuro, circondate da pareti levigate, piccoli miracoli che rendono possibile la vita in un ambiente così severo.
A Fada, capitale regionale, il palmeto e le case in terra cruda creano un’oasi sorprendente nel cuore di questo paesaggio minerale. Le palme ondeggiano leggere sopra cortili sabbiosi e recinti per gli animali, mentre poco fuori dal centro restano ancora visibili i relitti della guerra degli anni ’80: carcasse di mezzi militari, rottami arrugginiti che il deserto sta lentamente inghiottendo. È un luogo dove natura e storia recente convivono in modo netto, quasi senza filtri.
A Bichigara ho ammirato alcune pitture rupestri. Riparate sotto sporgenze rocciose, le figure raccontano scene di caccia, di danza, di vita pastorale. Davanti a quei segni tracciati secoli — talvolta millenni — fa, si percepisce con forza quanto il Sahara sia stato diverso: più verde, più popolato, attraversato da fiumi e mandrie.






Giorni 16–17 – L’Ennedi e la guelta di Archei
Raggiungere la guelta di Archei è stato uno dei momenti più intensi e potenti dell’intero viaggio. Dopo ore di pista tra canyon e altipiani rocciosi, il paesaggio si è improvvisamente aperto in una gola profonda, scavata da un antico fiume che un tempo attraversava queste terre oggi aride. Nel cuore del Sahara, tra pareti di arenaria alte decine di metri, sopravvive una lama d’acqua perenne: un miracolo geologico e naturale.
Per comprendere davvero la vastità del luogo ho fatto il trekking che conduce al punto panoramico sopra la guelta. La salita, tra gradoni di roccia e passaggi sabbiosi, richiede attenzione ma regala una prospettiva straordinaria. Dall’alto, la guelta appare come una fenditura verde scuro incastonata nella pietra, un nastro d’acqua circondato da pareti monumentali che all’alba si tingono di sfumature dorate e rosate. È un panorama che impone silenzio.
Ho assistito all’abbeverata di centinaia di dromedari, condotti qui dai nomadi Gaeda e Bideyat. Le sagome degli animali si muovevano lente tra le rocce, il rumore sommesso degli zoccoli e dei richiami dei pastori rompeva appena la quiete del canyon.
Tra le ombre delle pareti ho scorto anche i coccodrilli del deserto, piccoli e discreti, ultimi sopravvissuti di un’epoca in cui questa regione era una savana verde e fertile. Vederli lì, immobili sull’acqua, è come osservare un frammento di preistoria ancora vivo.









Giorni 18–19 – Terkei → Kalait → Oued Achim → Moussoro
Lasciando l’Ennedi ho attraversato la regione di Terkei, ricchissima di pitture rupestri che raccontano scene di vita quotidiana, caccia e migrazioni antichissime. Prima di allontanarci definitivamente, abbiamo osservato le ultime grandi conformazioni rocciose del massiccio: archi erosi dal vento, bastioni di arenaria isolati nel nulla, pareti scolpite come onde pietrificate. Poco dopo sono apparse anche le ultime pitture rupestri del viaggio, figure stilizzate di uomini e animali che sembravano accompagnarci verso l’uscita, come un saluto inciso nella roccia.
Lungo il percorso abbiamo incontrato anche le ultime guelte: specchi d’acqua silenziosi incastonati tra le gole, circondati da palme e pareti levigate, piccoli santuari naturali dove la vita resiste nonostante tutto. Sapere che da lì in avanti l’acqua sarebbe tornata sempre più rara rendeva quei luoghi ancora più preziosi.
Proseguendo verso Kalait e l’Oued Achim, ho attraversato territori frequentati da gazzelle e da nomadi arabi dediti all’allevamento dei dromedari. Il paesaggio è gradualmente tornato più saheliano: la sabbia ha lasciato spazio a distese più aperte, con vegetazione bassa e sparsa, segnando l’uscita definitiva dal Sahara profondo.
Il rientro a Moussoro ha chiuso questo lungo arco desertico. Dopo giorni immersi in silenzi assoluti e orizzonti minerali, la pista verso sud sembrava quasi un ritorno alla dimensione quotidiana, preparando lentamente il viaggio di rientro verso N’Djamena.









Giorno 20 – Rientro a N’Djamena e fine del viaggio
Il rientro a N’Djamena ha segnato la fine del viaggio. Dopo settimane di piste, tende e silenzi, la capitale mi è sembrata quasi rumorosa, attraversata da un’energia più frenetica. Ho nuovamente pernottato all’Hotel Irrisor, una sistemazione che, dopo tanti giorni nel deserto, ho apprezzato ancora di più per il comfort e la tranquillità.
Durante l’ultima giornata ho visitato il mercato artigianale di N’Djamena, un luogo ideale per cogliere la varietà culturale del Paese: oggetti in legno, tessuti, gioielli, utensili e manufatti che riflettono le molte anime del Ciad. È uno spazio vivo, frequentato sia da locali che da viaggiatori, dove ogni oggetto porta con sé una storia.
Mi sono poi spostato verso la Place de la Nation, la piazza principale della città e simbolo della vita pubblica di N’Djamena. Ampia e sempre animata, è un punto di ritrovo naturale: venditori ambulanti, persone sedute all’ombra, bambini che giocano e traffico leggero che scorre tutt’intorno. Qui la dimensione quotidiana della città si intreccia con quella politica e sociale, offrendo un ultimo sguardo autentico sulla capitale prima della partenza.



Informazioni utili
Quando andare in Ciad: clima e periodi migliori
Il Ciad è un Paese enorme e climaticamente molto vario, ma in generale le stagioni si dividono tra stagione secca (da ottobre a maggio) e stagione delle piogge (da giugno a settembre). Il periodo migliore per viaggiare va indicativamente da ottobre a febbraio, quando le temperature sono più sopportabili e molte piste risultano più praticabili.
Il Gerewol si svolge tradizionalmente tra fine settembre e inizio ottobre, in corrispondenza della fine delle piogge. È un momento affascinante ma anche impegnativo: il caldo è intenso, l’umidità ancora presente e le condizioni delle piste possono causare ritardi o cambi di programma. Viaggiare in questo periodo richiede quindi spirito di adattamento, tempo a disposizione e una buona flessibilità.
Spostamenti e logistica: cosa aspettarsi davvero
Viaggiare in Ciad significa accettare una logistica complessa. Le distanze sono enormi, le strade asfaltate poche e gran parte degli spostamenti avviene su piste sabbiose o fangose, soprattutto fuori dai centri urbani. I tempi di percorrenza sono spesso imprevedibili e dipendono dalle condizioni del terreno, dal meteo e da eventuali imprevisti.
Per raggiungere zone come l’Ennedi, i laghi di Ounianga o le aree del Gerewol è indispensabile muoversi con mezzi 4×4, guide esperte e autorizzazioni locali. Non è un viaggio adatto al fai-da-te: l’organizzazione sul campo, la conoscenza delle rotte e la gestione della sicurezza sono elementi fondamentali.
Pernottamenti: tra hotel e bivacchi nel deserto
Le sistemazioni in Ciad variano moltissimo a seconda delle zone. A N’Djamena si trovano hotel confortevoli, come l’Hotel Irrisor, adatti a riposare prima e dopo le lunghe traversate. Fuori dalla capitale, invece, il viaggio diventa molto più essenziale.
Durante l’itinerario nell’Ennedi e nel Sahara, i pernottamenti avvengono prevalentemente in tenda, in campi mobili allestiti dallo staff locale. Si dorme sotto le stelle, spesso in luoghi completamente isolati, senza elettricità né servizi fissi. È una dimensione spartana ma coerente con il territorio, che permette di vivere il deserto in modo autentico e profondo.
Alimentazione e acqua durante il viaggio
L’alimentazione durante un viaggio in Ciad è semplice e ripetitiva, ma generalmente ben gestita dalle spedizioni organizzate. I pasti si basano su riso, pasta, verdure, legumi, carne o pesce in scatola, con integrazioni locali quando possibile. Nelle zone urbane è più facile trovare piatti caldi, mentre nel deserto si mangia ciò che è logisticamente trasportabile.
L’acqua è un elemento centrale: viene sempre portata in grandi quantità e razionata con attenzione. Per cucinare e per le docce si utilizza spesso l’acqua prelevata dai pozzi lungo il percorso, una risorsa preziosa che scandisce le tappe del viaggio. È fondamentale bere molto, anche quando non si avverte la sete, soprattutto nelle zone desertiche dove il caldo e il vento secco accelerano la disidratazione.
Un piccolo accorgimento utile per mantenere l’acqua più fresca durante la giornata è avvolgere la borraccia in un panno bagnato: l’evaporazione, anche con aria secca, aiuta ad abbassarne leggermente la temperatura. Un gesto semplice, ma sorprendentemente efficace sotto il sole del Sahel.
Sicurezza e percezione del rischio
Il Ciad è spesso percepito come una destinazione “difficile”, ma la sicurezza dipende molto dalle aree visitate e dal tipo di organizzazione. Le regioni dell’Ennedi e dei laghi di Ounianga, ad esempio, sono considerate stabili e vengono frequentate regolarmente da spedizioni e viaggiatori accompagnati.
È essenziale viaggiare con operatori che lavorano stabilmente sul territorio, che conoscono le dinamiche locali e che si occupano dei permessi necessari. Più che la criminalità, il vero rischio in Ciad è legato all’isolamento, alle distanze e alle condizioni ambientali. Un viaggio ben preparato riduce drasticamente ogni criticità.
Per chi è adatto un viaggio in Ciad
Il Ciad non è una destinazione per tutti, ed è giusto dirlo chiaramente. È un Paese adatto a viaggiatori curiosi, pazienti e consapevoli, disposti a rinunciare al comfort in cambio di esperienze profonde. Non è un viaggio “rilassante”, ma è estremamente ricco dal punto di vista umano, culturale e paesaggistico.
Chi ama i grandi spazi, i deserti, le culture nomadi e i luoghi ancora poco toccati dal turismo troverà nel Ciad uno dei Paesi più intensi dell’Africa. Un viaggio che richiede rispetto, adattamento e tempo, ma che restituisce molto più di quanto chiede.






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